Crisi del chip

Pandemia, bassa produzione e tensioni geopolitiche hanno messo in ginocchio un’industria che vale miliardi di dollari.

Uno degli effetti della pandemia è stato l’acuirsi della crisi del chip nonché dei semiconduttori. Un fenomeno che ha fatto emergere uno scenario di interdipendenza tra settori e Paesi a cui non eravamo preparati.

Secondo i dati, questo fenomeno proseguirà per tutto il 2022 e per questo è utile conoscerne le cause ed essere pronti a nuove strategie.

La crisi della filiera

La filiera del chip già da tempo soffre di un problema di scarsità di produzione e una logistica molto complessa. Il blocco alla produzione dovuto all’attuazione del primo lockdown su scala mondiale a inizio 2020 ha colto tutti impreparati.

Le cause poi sono da individuarsi anche nell’aumento della domanda dei dispostivi elettronici dovuti alle nuove esigenze come smart working, didattica a distanza, o la forte richiesta di consolle per l’intrattenimento domestico, pensiamo alle Xbox Series X e Playstation 5, ormai introvabili.
Ancora, la destinazione della maggior parte delle scorte verso prodotti dal maggior profitto, come le auto elettriche o le auto di fascia alta.

La trade war fra USA e Cina

A queste problematiche si aggiungono anche le tensioni geopolitiche tra USA e Cina. Gli Stati Uniti erano una volta leader di questo mercato, ma negli ultimi decenni hanno lasciato il passo alle aziende asiatiche, diventate oggi leader globali. Quando si parla di semiconduttori, si parla soprattutto di due aziende: la Tsmc di Taiwan e la coreana Samsung. Le due aziende asiatiche insieme detengono il 70% del mercato della produzione di semiconduttori (dati Trendforce).

È vero che colossi americani come Intel producono circuiti integrati, ma il Covid-19 ha messo al centro la necessità da parte dell’Occidente di produrre chip anche di fascia bassa e soprattutto quella di avere un accesso alla produzione di terre rare, i cui giacimenti sono principalmente in Cina (41%) e in Africa (30%), secondo un report pubblicato dalla Commissione europea.

La questione, quindi, riguarda sia la produzione di questi beni, ma anche il ruolo che avrà la Cina nei prossimi decenni, in piena transizione da fabbrica del mondo, anche di tecnologia, a piattaforma tecnologica, che la porterà a un consolidamento del proprio mercato interno e a svolgere un ruolo sempre più centrale in quello asiatico.

Le strategie europee

L’Unione Europea sta pianificando delle strategie che possano ridurre le conseguenze derivanti dalla carenza di semiconduttori unendo le forze di tutti i Paesi membri.

Tra le varie soluzioni prese in considerazione, vi sarebbe, anche in questo caso, la costituzione di fondi e di incentivi per la costruzione di fabbriche locali che possano produrre semiconduttori e riportare l’Europa in una condizione di sovranità digitale e di autonomia produttiva rispetto ai colossi asiatici del settore, con enorme beneficio anche per la competitività del mercato.

Al fianco degli incentivi e dei fondi, si mira a siglare importanti accordi con i maggiori produttori di chip e fornitori di materie prime. L’attuazione di una strategia “doppia”, che preveda, da un lato, la conclusione di accordi commerciali e, dall’altro lato, la costruzione di nuove strutture produttive anche in USA e in UE, permetterebbe, sul lungo periodo, di rafforzare la filiera produttiva, rendendola meno vulnerabile a fenomeni macroeconomici e geopolitici o a disastri naturali.